È sempre più diffuso l’uso di tranquillanti tra i giovanissimi
I dati recenti sono sconcertanti: l’uso di tranquillanti e antidepressivi tra i giovanissimi è in costante aumento. A questo si affiancano l’assunzione di alcol e l’uso di sostanze stupefacenti. Alcuni ragazzi iniziano già a 13 anni a bere alcolici o a fumare cannabis.
Ma cosa sta succedendo ai nostri ragazzi? Perché sembrano sfuggire sempre più spesso al controllo e alla comprensione degli adulti?
In molti casi entrano in gioco diversi fattori: la mancanza di regole chiare e di dialogo all’interno della famiglia, l’evoluzione rapidissima della tecnologia – che corre molto più veloce della nostra capacità di adattamento – e l’impatto profondo che la pandemia ha avuto sulla salute mentale, soprattutto dei più giovani.
L’utilizzo continuo dei social network, dove spesso si stringono relazioni virtuali fortemente condizionanti, rappresenta un ulteriore elemento critico. Tutto questo, per un cervello ancora in formazione, diventa una miscela esplosiva.
Non sorprende quindi che giornali e telegiornali parlino quasi quotidianamente di aggressioni compiute da minorenni, sia verso i coetanei sia verso gli adulti. Crescono la violenza verbale, gli attacchi verso genitori e insegnanti e le reazioni sproporzionate a qualsiasi frustrazione o limite.
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Cosa possiamo fare?
La risposta, come sostengo da anni, è una sola: prevenzione, soprattutto dal punto di vista della salute mentale. Troppo spesso si interviene quando il danno è già stato fatto.
È fondamentale imparare ad ascoltare i ragazzi, anche quando non parlano apertamente ma inviano segnali che rischiano di passare inosservati. Bisogna incentivarli alla creatività, allo sport e a tutte quelle attività che allenano non solo il fisico, ma anche la mente.
Quando i genitori non riescono da soli, è importante chiedere aiuto: a un allenatore mentale, a uno psicologo e, quando necessario, anche a uno psichiatra.
Nel mio lavoro con i giovani capita spesso che mi confidino difficoltà profonde o mi chiedano consigli. A volte faccio loro una domanda semplice: “Perché non ne parli con i tuoi genitori?”
La risposta, purtroppo, è quasi sempre la stessa: “Perché tu mi ascolti e mi capisci, loro no.”
Questo è inquietante. Non vale per tutte le famiglie, fortunatamente, ma per molte sì.
Impariamo ad ascoltare i nostri ragazzi, anche quando cercano di comunicarci qualcosa con uno sguardo o con il silenzio. Se non ci riuscite da soli, chiedete aiuto: non è una sconfitta, ma un atto di consapevolezza.
Non vergognatevi di dire: ho bisogno di aiuto. Fatelo per voi stessi, ma soprattutto fatelo per i vostri figli.
Luca Lechiancole
