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Adolescenza: un’età a parte vista dallo psicologo (e dall’insegnante)

Quando pensiamo all’adolescenza, spesso ci vengono in mente frasi fatte: “È solo una fase”, “Gli passerà”, “Sono tutti uguali a quell’età”. Eppure, dal punto di vista dello psicologo – e anche da insegnante che ogni giorno vive la classe dall’interno – l’adolescenza è molto più di una “fase”. È davvero un’età a parte, con regole proprie, tempi propri e un linguaggio emotivo che va imparato e rispettato.

In questo articolo vorrei accompagnarti dentro questo mondo in trasformazione, per provare a guardare l’adolescente non solo come “figlio difficile” o “alunno complesso”, ma come organismo in profonda ristrutturazione: biologica, psicologica e relazionale. Perché se noi adulti cambiamo prospettiva, diventa più facile educare, comprendere e, soprattutto, restare accanto senza perderci o perderli.

Adolescenza: un organismo in transizione

L’adolescenza non è semplicemente “non più bambino” e “non ancora adulto”. È un vero e proprio passaggio di stato dell’organismo. Se lo guardiamo in modo olistico, il corpo dell’adolescente è un insieme di organi, apparati, molecole, ormoni, neurotrasmettitori che stanno cambiando ritmo, quantità, struttura. Ma non finisce qui: insieme a questi cambiamenti fisiologici, si muovono desideri, significati, convinzioni, identificazioni.

Da un lato, quindi, abbiamo la parte più visibile e misurabile: l’assetto ormonale che cambia, la crescita fisica, le variazioni del sonno, dell’appetito, dell’energia. Dall’altro lato, abbiamo il mondo interno che si riorganizza: chi sono? chi voglio diventare? cosa valgo? cosa pensano gli altri di me?

Queste domande non restano nella testa come semplici pensieri. Diventano emozioni che oscillano, comportamenti che cambiano all’improvviso, reazioni apparentemente sproporzionate. Non è un caso se un adolescente può passare, nello stesso pomeriggio, dall’entusiasmo più acceso alla chiusura totale in camera, dal dialogo aperto alla porta sbattuta. È il riflesso di un organismo – visto nella sua globalità – che sta cercando un nuovo equilibrio.​

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Oscillazioni emotive: perché sono più intense che nell’infanzia e nell’età adulta

A differenza del bambino, l’adolescente ha già sviluppato una certa capacità di riflettere, di pensare al pensiero, di costruire racconti su di sé. Non è più nella magia dell’infanzia, dove il mondo è preso “così com’è”. Inizia ad interrogarsi sul senso delle cose, sul giudizio degli altri, sul proprio posto nel mondo.

A differenza dell’adulto, però, non ha ancora consolidato una propria identità stabile, una struttura interna che gli permetta di reggere meglio le frustrazioni, i “no”, gli imprevisti. È come se avesse un motore potentissimo, ma un telaio ancora in fase di montaggio.

Questa combinazione genera oscillazioni fortissime. L’adolescente è esposto a livello ormonale, emotivo e sociale. Sta sperimentando, mette alla prova i limiti, testa gli adulti, osserva quanto spazio ha per esistere. È per questo che, da un punto di vista psicologico, l’adolescenza è spesso più turbolenta della prima infanzia e, a volte, anche dell’età adulta.

Per il genitore e per l’insegnante, questo significa una cosa molto semplice ma per niente banale: non stai davanti a un adulto in miniatura, ma a una struttura in costruzione. E la coerenza con cui tu ti poni diventa una delle impalcature più importanti di questo cantiere aperto.

Il punto di vista di chi vive la classe ogni giorno

Come insegnante, lavoro ogni giorno con questa fascia d’età. Posso dirlo con sincerità: è una delle esperienze più divertenti e soddisfacenti che si possano fare, ma allo stesso tempo una delle più complesse.

Divertente, perché gli adolescenti sono creativi, spontanei, pieni di energia e di intuizioni. Hanno una capacità incredibile di cogliere le incoerenze degli adulti, di smontare le frasi fatte, di portare in classe domande che costringono anche noi a rimettere in discussione le nostre certezze.

Complessa, perché non esiste “l’adolescente” in astratto. Ogni ragazzo porta con sé una storia familiare, un modo di vivere le emozioni, una visione del proprio futuro e, allo stesso tempo, un’identità in bilico tra ciò che sente di essere oggi e ciò che vorrebbe diventare domani.​

In classe non ho solo “alunni”: ho figli di famiglie diverse, con modelli educativi differenti, aspettative più o meno esplicite su chi dovranno essere “da grandi”. Ho ragazzi che si sentono all’altezza e altri che si percepiscono sempre in ritardo. Alcuni cercano di compiacere l’adulto, altri cercano di sfidarlo, altri ancora provano a rendersi invisibili.

Lavorare con loro significa tenere conto di tutti questi livelli contemporaneamente. Non basta spiegare il programma: bisogna leggere i micro-segnali, gli sguardi, i silenzi, le prese in giro tra pari, le battute, le posture. Perché tutto questo, in adolescenza, parla tanto quanto e spesso più delle parole.

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Il gruppo dei pari: il nuovo “specchio” dell’identità

Intorno ai 12 anni avviene un cambiamento fondamentale: il gruppo dei pari inizia a diventare più importante del parere degli adulti. Non significa che i genitori e gli insegnanti non contino più, ma che la bilancia si sposta.

Se fino alla preadolescenza mamma, papà e gli adulti di riferimento erano lo specchio principale in cui il bambino si guardava per capire chi fosse, in adolescenza questo specchio si moltiplica e si sposta fuori casa. Il giudizio dell’amico, del compagno di classe, del gruppo diventa centrale.

Essere accettati, non essere esclusi, sentirsi “uno del gruppo” diventa prioritario. E questo influenza moltissimo le scelte e i comportamenti quotidiani.

Ecco perché un ragazzo di 14 anni può iniziare a imitare il sedicenne o il diciassettenne che considera un modello, anche solo perché “sta un passo più avanti”. Se quel ragazzo più grande fuma, usa un certo linguaggio, si veste in un certo modo, ascolta un determinato tipo di musica, diventa automaticamente un punto di riferimento.

Se il quattordicenne ha anche una minima propensione verso il fumo, ad esempio, sarà molto più probabile che inizi proprio all’interno di questa dinamica di imitazione. Non tanto per la sigaretta in sé, ma per ciò che rappresenta: appartenenza, coraggio, trasgressione, adulto “anticipato”.

Per questo motivo, quando parliamo di prevenzione, non ha senso rivolgersi solo al singolo ragazzo come se fosse isolato. Bisogna considerare la forza del gruppo, delle mode, delle micro-culture che si creano tra corridoi, chat e social.​

Educazione all’adolescenza: non solo regole, ma significati

Quando parlo di “educazione all’adolescenza” non intendo solo educare l’adolescente, ma educare noi adulti a comprendere che cos’è davvero questo periodo.

Troppo spesso l’adolescenza viene affrontata solo sul piano delle regole: orari, divieti, rimproveri, prediche. Tutto questo può avere un senso, ma rischia di restare in superficie se non viene accompagnato da un lavoro più profondo sui significati.

Perché quel ragazzo cerca il limite? Cosa sta cercando di dimostrare? A chi? Qual è il bisogno nascosto dietro quella ribellione, quella chiusura, quella provocazione?

L’educazione all’adolescenza significa imparare a vedere al di sotto del comportamento visibile, come se fosse la punta di un iceberg. Sotto la superficie, spesso, ci sono bisogni di riconoscimento, di autonomia, di sperimentazione, di appartenenza. C’è la richiesta non detta: “Aiutami a diventare me stesso, senza umiliarmi e senza lasciarmi solo”.

Da psicologo, vedo quanto sia fondamentale che genitori, insegnanti e adulti di riferimento imparino a spostarsi da un modello puramente correttivo (“ti dico cosa non devi fare”) a un modello anche esplorativo (“proviamo a capire cosa stai vivendo, cosa significa per te, cosa stai cercando”).

Famiglia, scuola e futuro: tre dimensioni che si intrecciano

Ogni adolescente, anche se spesso non lo mostra, è immerso in tre grandi dimensioni che si intrecciano continuamente: la famiglia, la scuola e il futuro.

Nella famiglia vive le prime definizioni di sé: “sei quello responsabile”, “sei quello che fa arrabbiare tutti”, “sei quello sensibile”, “sei quello che deve dare l’esempio”. Queste etichette, anche quando dette in modo scherzoso, possono diventare scripts interiori dai quali è difficile uscire.

A scuola, queste definizioni vengono confermate o messe in discussione. Un ragazzo che in famiglia si sente “quello che non è portato per lo studio” può scoprire, grazie a un insegnante che lo vede con occhi nuovi, di avere una buona capacità di ragionamento, una sensibilità particolare per una materia, una creatività che non sapeva di possedere.

Sul futuro, infine, l’adolescente si muove spesso tra polarità estreme: da “non so cosa farò” a “devo avere già le idee chiare per forza”, da “non ci penso” a “mi sento già in ritardo”. In mezzo, c’è l’ansia da prestazione, la paura di sbagliare strada, le aspettative (reali o percepite) dei genitori.

Come adulti, il modo in cui parliamo di queste tre dimensioni influisce molto. Quando trasformiamo ogni discorso sul futuro in una fonte di pressione, l’adolescente tende a chiudersi o a reagire con rifiuto. Quando invece riusciamo a trasformarlo in uno spazio di esplorazione, in cui è possibile dire “non lo so ancora” senza sentirsi giudicati, si apre una possibilità di crescita.​

Cosa possiamo fare, concretamente, come adulti di riferimento

Non esiste una ricetta universale, perché ogni ragazzo è un mondo a sé. Tuttavia, dal mio doppio punto di vista di psicologo e insegnante, posso dire che alcuni atteggiamenti degli adulti facilitano molto il lavoro educativo.

  • Il primo è la coerenza. In adolescenza gli occhi sono sempre aperti e allenati a cogliere le incongruenze: se dico una cosa e ne faccio un’altra, perdiamo credibilità in un attimo. Questo non significa essere perfetti, ma essere autentici: riconoscere i propri errori, spiegare le proprie scelte, dare un senso alle regole.
  • Il secondo è la capacità di ascolto. Ascolto vero, non interrogatorio. Creare, a casa e a scuola, almeno qualche spazio in cui l’adolescente possa parlare senza sentirsi subito giudicato o interrotto, aiuta ad abbassare la tensione e a trasformare il conflitto in dialogo.
  • Il terzo è la capacità di vedere oltre il sintomo. Un calo nel rendimento, un linguaggio provocatorio, una chiusura improvvisa non sono “difetti di fabbrica”, ma segnali che qualcosa, nel suo mondo interno, sta cambiando o facendo fatica. Il nostro compito non è etichettare, ma decodificare.
  • Infine, è fondamentale che anche noi adulti accettiamo di metterci in discussione. L’adolescenza dei nostri figli e dei nostri studenti ci costringe a rivedere il nostro modo di relazionarci, di comunicare, di immaginare il loro futuro. A volte ci tocca rinegoziare le regole, affrontare paure nostre prima ancora che loro. Ma è proprio in questo movimento che la relazione si rafforza.

Educare all’adolescenza per non averne paura

L’adolescenza, da fuori, può fare paura: fa paura la distanza che si crea all’improvviso, fa paura il silenzio dietro la porta chiusa, fanno paura le nuove dipendenze (social, fumo, comportamenti a rischio), fanno paura i cambiamenti rapidi di umore. Ma spesso la paura nasce dall’ignoranza – nel senso letterale del termine: non sapere bene cosa sta succedendo.

Educare all’adolescenza significa prima di tutto informare e formare gli adulti. Comprendere che non siamo di fronte a “capricci prolungati”, ma a un complesso processo di riorganizzazione dell’identità. Significa imparare a leggere i cambiamenti, a coglierne il senso, a restare presenti anche quando saremmo tentati di ritirarci o di reagire solo con rigidità.

Per gli adolescenti, sapere che gli adulti intorno a loro stanno facendo uno sforzo per capirli, e non solo per controllarli, fa una differenza enorme. Per gli adulti, smettere di vedere l’adolescenza come “il problema” e iniziare a considerarla come una fase delicata ma ricca di potenzialità, cambia radicalmente il modo di stare in relazione.

L’obiettivo, come psicologo e come insegnante, non è quello di avere adolescenti perfetti e sempre tranquilli – sarebbe un’illusione – ma di accompagnarli perché possano attraversare questo periodo con strumenti migliori, con adulti più consapevoli al loro fianco e con la percezione di poter costruire, un passo alla volta, una versione di sé che sentano davvero propria.

In fondo, l’adolescenza è il tempo in cui si impara a diventare se stessi. Aiutarli in questo percorso è una responsabilità grande, ma anche un privilegio.​

Domenico Cafaro
Psicologo
Esperto in comunicazione strategica in età evolutiva
Esperto in Tecniche Ipnotiche
www.ipnosi-gymformind.com

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