Perché un team composto da coach, psicologo e psichiatra?
Non tutte le persone che iniziano un percorso di crescita personale hanno bisogno dello psicologo o dello psichiatra. Molte trovano già nel coaching ciò che serve loro.
Tuttavia, nel tempo ho incontrato situazioni in cui era evidente che un lavoro condiviso avrebbe portato benefici maggiori. Per questo ho scelto di integrare nella mia équipe uno psicologo psicoterapeuta–ipnotista e un medico psichiatra.
Credo profondamente che un percorso di coaching integrato possa aiutare i clienti a raggiungere i propri obiettivi più rapidamente e in modo più stabile. In alcuni casi, infatti, il coaching rinforza ciò che una persona ha acquisito durante la psicoterapia e l’aiuta a mantenerlo nel tempo.
Ogni persona è un mondo a sé
C’è chi ha bisogno solo del coach, chi trae beneficio anche dal supporto dello psicologo e, in pochi casi, chi necessita di un consulto psichiatrico. L’importante è che, quando si lavora in squadra, ci sia sinergia e una direzione chiara e condivisa. Coach, psicologo e psichiatra devono parlarsi, collaborare, scegliere insieme la strada migliore. Tre professionisti diversi, tre competenze diverse… un unico binario.
Il coaching evolutivo nasce proprio da questa sinergia:
offre profondità, sicurezza e risultati più solidi. Sarebbe auspicabile che tutti i mental coach lavorassero così: aiuterebbe ad evitare sconfinamenti in ambiti che non sono di loro competenza e tutelerebbe ancora di più i clienti.
Il coaching integrato è prezioso anche in situazioni delicate ma non necessariamente patologiche. Un dipendente di un’azienda che punta a fare carriera, una coppia in crisi, genitori e figli che non riescono più a comunicare: lavorare con i tre professionisti può accelerare i cambiamenti, sciogliere le paure e riportare equilibrio.
Come funziona?
Di norma si parte con le sessioni di coaching. Se durante il percorso emergono elementi che vanno oltre il ruolo del coach, propongo di affiancare lo psicologo psicoterapeuta. E solo qualora ci fosse un sospetto di patologia, suggerisco un colloquio con lo psichiatra.
Naturalmente decide sempre il cliente: nessun obbligo, nessuna pressione. Tuttavia, per correttezza e professionalità, se una persona con problematiche importanti rifiuta il supporto adeguato, in alcuni casi sospendo o interrompo le sessioni. È un atto di responsabilità: significa non oltrepassare un confine che non mi appartiene.
E un ultimo consiglio, forse il più importante:
Quando scegliete un mental coach, fate attenzione. Se qualcuno vi dice che può curare ansia, attacchi di panico o disturbi emotivi da solo, diffidate. Non è sua competenza — a meno che non lavori in un’équipe con psicologo e psichiatra.
Ricordate: con la mente e con i soldi delle persone non si gioca. Mai.
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Luca Lechiancole
